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Tenta di farla finita a Uta, muore dopo due giorni di agonia: “Lo Stato non tutela i detenuti”

Maggio 12, 2026 · Paolo Rapeanu

Uno straniero di 32 anni muore dopo due giorni di agonia. La Garante regionale attacca: “Stato complice di un sistema al collasso”.

Non ce l’ha fatta il giovane di 32 anni, di nazionalità straniera, che due giorni fa aveva tentato di togliersi la vita , vicino ad altri detenuti, all’interno della propria cella nel carcere di Uta. Dopo quarantotto ore di agonia trascorse in un letto d’ospedale, il decesso è stato confermato nelle ultime ore. Una notizia che riaccende prepotentemente i riflettori sulla drammatica situazione delle carceri sarde e italiane, trasformatesi troppo spesso in luoghi di disperazione estrema.

La cronaca della tragedia, a Uta troppi detenuti “a rischio”

Il gesto estremo era avvenuto domenica. Il detenuto era stato soccorso immediatamente dal personale della polizia penitenziaria e dai sanitari, che erano riusciti a trasportarlo d’urgenza in ospedale”. Nonostante i tentativi dei medici di stabilizzare le sue condizioni, il quadro clinico è rimasto critico fino al tragico epilogo.

Questo evento rappresenta l’ennesima ferita per il penitenziario di Uta, già al centro di numerose cronache per le difficili condizioni di gestione e la carenza di supporto psicologico adeguato per la popolazione carceraria, specialmente per i soggetti più fragili e privi di reti familiari sul territorio.

Irene Testa: “Detenuti a Uta, una strage nel silenzio generale”

Sulla vicenda è intervenuta con fermezza Irene Testa, Garante regionale delle persone private della libertà della Sardegna. La Testa conferma a Cagliari News quanto già scritto pubbicamente sui social.Le sue parole sono un atto d’accusa durissimo contro le istituzioni:

“Quello che si è consumato è il termometro della condizione di disperazione che si respira nei nostri penitenziari”, ha dichiarato Testa. “Quella che stiamo vivendo, sia nelle carceri italiane che in quelle della Sardegna, è una vera e propria strage che avviene nel silenzio generale. Ogni suicidio non è un caso isolato, ma il risultato diretto di un sistema penitenziario al collasso”.

Secondo la Garante, il mix esplosivo è causato da tre fattori determinanti:

  • Sovraffollamento cronico delle strutture;
  • Abbandono dei detenuti e del personale;
  • Assenza totale di risposte sul fronte della salute mentale.

Il dovere dello Stato e la dignità umana

Il cuore della denuncia di Irene Testa riguarda la responsabilità etica e giuridica dello Stato nei confronti di chi è sotto la sua custodia. “Lo Stato ha il dovere di garantire dignità e tutela della vita anche a chi è detenuto. Oggi questo dovere viene sistematicamente tradito”, prosegue la Garante.

Le carceri, nell’analisi della Testa, hanno smesso di essere luoghi di rieducazione per diventare “bacini di disperazione”, dove il disagio psichico non trova ascolto e la politica sembra guardare altrove. Il richiamo alla responsabilità è netto.