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A Cagliari aumentano fragili e sofferenti mentali abbandonati: “Troppo egoismo e niente fondi per tutelarli”

Maggio 29, 2026 · Paolo Rapeanu


A Cagliari aumentano i fragili e i sofferenti mentali abbandonati. L’allarme di Gisella Trincas: «Troppo egoismo della politica e zero fondi per tutelarli»

Un disagio sociale imponente, silenzioso ma pervasivo, che stringe alla gola una fetta sempre più ampia della popolazione a Cagliari, tra sofferenti e abbandonati. La sofferenza mentale e l’emarginazione non sono più emergenze temporanee, ma una crisi strutturale alimentata dalla mancanza di lavoro, dall’emergenza abitativa e da un tessuto sociale che non offre più paracaduti a chi precipita nelle difficoltà.

A tracciare un quadro lucido e impietoso della situazione è Gisella Trincas, portavoce dell’associazione Asarp Cagliari, da anni in prima linea per la difesa dei diritti dei malati e delle loro famiglie.

«Siamo di fronte a un disagio sociale enorme», spiega Trincas con fermezza. «Un malessere determinato in primis dalla precarietà lavorativa, dall’assenza di una casa e dalle crescenti difficoltà quotidiane. Oggi la nostra società non offre quasi nulla a chi si trova in una condizione di fragilità. Chi è in difficoltà viene troppo spesso lasciato indietro, solo, all’interno di un sistema che sembra aver smarrito la solidarietà e l’efficacia degli interventi».

Servizi al collasso e famiglie abbandonate

Il cuore del problema, secondo l’associazione, risiede nel progressivo smantellamento della sanità territoriale e, nello specifico, dei dipartimenti di salute mentale. Quella che viene definita una vera e propria “emergenza sociale” si scontra ogni giorno con la realtà di servizi pubblici ridotti all’osso.

«Nella salute mentale registriamo una grandissima, drammatica carenza di personale», denuncia Gisella Trincas. «Medici, psicologi, infermieri ed educatori sono numericamente insufficienti. In queste condizioni, diventa letteralmente impossibile costruire percorsi di riabilitazione seri, continuativi e personalizzati che vedano il coinvolgimento attivo delle famiglie. Questa grave carenza non è un destino cinico e baro, ma ha delle cause precise, determinate da precise scelte politiche: si è deciso, deliberatamente, di non investire nei servizi di salute mentale».

Le famiglie dei pazienti, che un tempo trovavano nei centri di salute mentale un punto di riferimento e di co-progettazione terapeutica, oggi si ritrovano a dover gestire da sole un carico assistenziale ed emotivo devastante. Senza il supporto pubblico, il rischio di isolamento e di cronicizzazione della malattia aumenta esponenzialmente.

Prevenzione, territorio e scuola: le armi contro il disagio

Per uscire da questa spirale, l’Asarp indica una strada chiara: occorre rimettere al centro la prevenzione e la presenza capillare sul territorio. La salute mentale non si cura solo dentro gli ospedali o gli ambulatori, ma si tutela intercettando il bisogno laddove si manifesta.

«Serve un’attenzione e uno sguardo attento sul territorio», incalza l’esponente dell’associazione. «Abbiamo bisogno di servizi sociali efficienti e di una neuropsichiatria infantile e dell’adolescenza che siano realmente in grado di intercettare il disagio prima che sia troppo tardi. È fondamentale discutere di questi temi nelle scuole, parlare apertamente con le persone e promuovere dibattiti pubblici. Dobbiamo abbattere il muro del silenzio e della vergogna».

La scuola, in particolare, viene individuata come l’avamposto cruciale per accorgersi dei primi segnali di sofferenza tra i giovani, drammaticamente in crescita negli ultimi anni, anche a causa dell’isolamento sociale e delle incertezze sul futuro.

La denuncia: «I soldi ci sono, ma si spendono per le guerre»

Il nodo centrale resta, inevitabilmente, quello delle risorse economiche. Di fronte alle costanti risposte della politica sulla carenza di bilancio, la replica di Gisella Trincas è durissima e sposta la riflessione su una scala macroeconomica ed etica.

«Vengono a dirci che non ci sono soldi, che le casse sono vuote», attacca Trincas. «Ma poi vediamo spendere cifre astronomiche per le guerre e per gli armamenti. È una questione di priorità ed è del tutto chiaro che, di conseguenza, la salute pubblica viene lasciata scoperta, priva delle risorse minime per garantire i diritti costituzionali dei cittadini. La salute è un diritto, non un lusso sacrificabile sull’altare delle spese militari».

Le richieste: un piano straordinario e la Consulta Regionale

L’Asarp chiede alle istituzioni locali e regionali per arginare la deriva del sistema sanitario sardo.

«A tutte le istituzioni chiediamo con forza un piano per la salute mentale che sia degno di questo nome», dichiara Trincas. «Inoltre, riteniamo fondamentale l’istituzione immediata della Consulta o del Comitato Regionale per la Salute Mentale. Un organo che abbia il compito di analizzare seriamente i bisogni reali del territorio e di porvi rimedio in modo tempestivo. Attualmente, sembra che un tavolo di discussione sia stato formalmente istituito, ma ad oggi non abbiamo ancora ricevuto alcuna convocazione ufficiale. Non c’è più tempo da perdere, servono i fatti».

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«Chiunque può ammalarsi, a Cagliari i sofferenti abbandonati vanno aiutati»

In conclusione, l’intervento di Gisella Trincas punta a scardinare i pregiudizi culturali e il linguaggio d’odio o di derisione che ancora circonda il tema della malattia mentale, rivolgendo lo sguardo anche all’accoglienza dei più vulnerabili, inclusi i migranti.

«Chiunque può perdere la salute mentale», ricorda con forza la rappresentante di Asarp. «Si può stare male per il lavoro, per traumi personali, per motivi economici o biologici. Nessuno è immune. Spesso sentiamo usare la parola “pazzo” per offendere o denigrare personaggi pubblici, come Donald Trump o Benjamin Netanyahu, questi per me sono davvero pazzi. Ma queste espressioni vengono usate solo per offendere, allontanare e separare le persone che stanno male da te. È un modo per creare una distanza di sicurezza, invece di fare l’unica cosa giusta: curare e accogliere tutti quanti».

Questo approccio inclusivo e universalistico non ammette distinzioni di passaporto o di origine. Sollecitata sul tema della gestione dei flussi migratori e del disagio psicologico di chi fugge da guerre e miseria, Trincas conclude senza esitazioni: «I migranti? Vanno trattati esattamente come i nostri concittadini. La sofferenza non ha nazionalità e il diritto alla cura e alla dignità deve essere uguale per tutti».