Nuovo stadio di Cagliari, Giulini al Governo: “Serve un aiuto per costruirlo”
Il nuovo stadio di Cagliari? “Servono soldi dal Governo per costruirlo, l’Italia copi la Francia”
Il nuovo stadio di Cagliari? Servono soldi dal Governo per costruirlo. Tommaso Giulini, intervenendo al convegno “Il futuro degli stadi italiani”, ospitato nella prestigiosa cornice del Festival della Serie A di Parma, lo ha detto chiaramente.
Il presidente del Cagliari Calcio ha rotto gli indugi, indirizzando un messaggio diretto, esplicito e privo di diplomazia ai palazzi della politica romana: serve che il Governo centrale esca dall’immobilismo e apra il portafoglio.
La tesi di Giulini è tanto semplice quanto dirompente nella sua urgenza: senza un robusto e mirato intervento finanziario dello Stato, l’ambizioso progetto del nuovo stadio di Cagliari e, per estensione, la stragrande maggioranza dei nuovi impianti sportivi della penisola, rischia di rimanere un bellissimo disegno sulla carta.
Non si tratta più soltanto di una questione di autorizzazioni, di conferenze dei servizi o di permessi comunali, ma della sostenibilità complessiva di un sistema economico che non può gravare interamente sulle spalle dei club o dei singoli imprenditori locali.
Un calvario lungo dieci anni: il nuovo stadio di Cagliari
Per comprendere l’esasperazione del patron rossoblù occorre riavvolgere il nastro di una storia che dura ormai da oltre un decennio. “Il nostro cammino verso il nuovo stadio di Cagliari è iniziato oltre dieci anni fa”, ha ricordato Giulini.
All’epoca del suo insediamento alla guida del club, la squadra si trovava in un’autentica condizione di esilio forzato, costretta a girovagare tra i campi di Trieste, Tempio e Quartu, priva di una vera e propria casa.
Grazie a una straordinaria sinergia estiva con l’allora sindaco Massimo Zedda, oggi nuovamente alla guida della città, la società riuscì prima a riaprire parzialmente il vecchio e glorioso stadio Sant’Elia pur con una capienza limitata, e poi a compiere un autentico miracolo logistico: la costruzione, in poco più di tre mesi nell’estate del 2017, dell’attuale Unipol Domus.
Nelle intenzioni iniziali, quell’impianto prefabbricato avrebbe dovuto rappresentare una transizione rapidissima, un ponte di pochissimi anni verso l’arena definitiva che sarebbe sorta sulle ceneri del Sant’Elia.
Invece, la Domus accoglie i tifosi da quasi dieci anni, a testimonianza di una provvisorietà diventata perenne per colpa delle lungaggini del sistema Italia.
L’odissea della burocrazia e i mercati impazziti
Il motivo di questa stagnazione risiede nei labirinti normativi italiani, dove l’iter per qualunque grande opera si trasforma in un’odissea infinita.
Nel corso degli anni, il progetto del Cagliari è passato al vaglio di una moltitudine di enti, dalla Conferenza dei servizi alla Commissione Provinciale di Vigilanza, che hanno preteso continue e pesanti modifiche strutturali.
Nel frattempo, fuori dalle stanze dei bottoni, il mondo andava avanti: sono cambiati i mercati globali, sono mutati drammaticamente i contesti geopolitici e si sono avvicendate diverse amministrazioni, sia a livello comunale che regionale.
“Siamo riusciti a superare tutti gli ostacoli progettuali”, ha spiegato Giulini, “ma poi è cominciata l’odissea legata agli aspetti economici e finanziari”. Oggi il Piano economico finanziario sembra finalmente vicino a una complessa approvazione, ma deve sottostare al vaglio di rigorosi esterni al fine di ottenere la dichiarazione di pubblica utilità del progetto. Un processo dettagliato che richiede garanzie minuziose sugli accordi con i privati.
Elementi che tuttavia, nel corso degli anni, mutano inevitabilmente per le normali oscillazioni del libero mercato
“Capiamo bene”, ha sottolineato il presidente, “quanto sia complicato oggi in Italia costruire uno stadio. Se a Cagliari non ci fossi stato io, un imprenditore italiano che ha deciso di guidare la società per passione, anziché un gruppo estero intenzionato a speculare sul business immobiliare, la città e il club non avrebbero alcuna chance”.
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Il “Modello Francia”: la strada da seguire
Ed è proprio per superare questo stallo che Giulini lancia la sua proposta politica a Roma, individuando una soluzione concreta: il “modello francese”. Nel 2010, quando la Francia ottenne l’assegnazione esclusiva degli Europei del 2016 (senza doverli dividere con un altro Paese, come accadrà all’Italia con la Turchia per il 2032), si trovava in una situazione non dissimile da quella italiana attuale: ad eccezione dello Stade de France, tutti gli impianti transalpini erano obsoleti.
Parigi decise allora di istituire una vera e propria task force governativa, mettendo sul piatto oltre 800 milioni di euro di risorse pubbliche tramite gli enti locali.
Mentre le grandissime metropoli come Parigi (Parco dei Principi), Lione e Marsiglia hanno potuto fare affidamento su massicci capitali privati o partenariati complessi, lo Stato francese ha compreso che il calcio ha bisogno di infrastrutture moderne anche nelle realtà medie. Di conseguenza, tre stadi (Lens, Saint-Etienne e Tolosa) sono stati interamente rinnovati con denaro pubblico, e altri tre (Bordeaux, Lilla e Nizza) edificati come nuovi.
“Se la Francia ha finanziato tramite gli enti locali oltre 800 milioni per gli stadi, penso che una strada per avere in tempi ragionevoli in Italia altri stadi oltre a quello della Juventus ci sia”, ha concluso il numero uno rossoblù. L’appello al Governo è chiaro: lo Stato deve farsi carico dello sviluppo infrastrutturale, perché lo sport è un bene pubblico e i club non possono essere lasciati soli contro la burocrazia e l’inflazione dei costi. La palla, adesso, passa a Roma.