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Nuovo stadio di Cagliari: “No a soldi pubblici, il calcio è business e i milioni vanno messi dai club”

Giugno 7, 2026 · Paolo Rapeanu

Il nuovo stadio di Cagliari e il nodo dei fondi pubblici: “Perché il modello Francia non può funzionare in Italia”

Il dibattito sul rinnovamento delle infrastrutture sportive in Italia e sul nuovo stadio di Cagliari si arricchisce di un nuovo e acceso capitolo che scuote le fondamenta del rapporto tra sport e finanza pubblica.

A intervenire è il capogruppo comunale di Fratelli d’Italia a Cagliari, Pierluigi Mannino, che respinge con fermezza le richieste di Tommaso Giulini.

Il consigliere della destra cittadina prende spunto dalle dichiarazioni del presidente del Cagliari Calcio, Tommaso Giulini.

Per Giulini senza un robusto intervento finanziario dello Stato, il nuovo stadio di Cagliari e la stragrande maggioranza degli impianti italiani rischiano di restare sulla carta.

In quell’occasione, la presidenza rossoblù aveva guardato oltreconfine, indicando esplicitamente al Governo la necessità di copiare il cosiddetto modello Francia 2010.

All’epoca lo Stato transalpino stanziò oltre 800 milioni di euro di fondi pubblici per rinnovare gli stadi in vista degli Europei del 2016. Di fronte a questa prospettiva, la posizione espressa da Pierluigi Mannino è netta: “Il mondo è cambiato, e il calcio anche”.

Soldi pubblici al Cagliari Calcio? “No, ecco perchè”

Il primo grande ostacolo a questa linea di intervento, secondo l’analisi di Mannino, risiede nel totale mutamento del contesto storico ed economico rispetto a quindici anni fa. Negli ultimi dieci anni, como evidenziato dal capogruppo di Fratelli d’Italia, “i Comuni sono stati travolti da un’ondata di incombenze nuove: PNRR, dissesto idrogeologico, caro-energia, emergenza abitativa, servizi sociali, scuole”. Le amministrazioni comunali, spiega l’esponente di FdI, si trovano oggi a dover gestire una quotidianità complessa, schiacciata tra le scadenze serrate e i cofinanziamenti obbligatori legati ai progetti del PNRR, che drenano ingenti risorse e personale amministrativo, e le continue emergenze legate al dissesto idrogeologico, che impone investimenti immediati e non rinviabili per la messa in sicurezza dei territori. A questo quadro già ritico si aggiungono l’impennata dei costi causata dal caro-energia, una pesante emergenza abitativa che richiede interventi di welfare continui, la gestione dei servizi sociali e la manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici. In questo scenario di perenne scarsità, Mannino rimarca come “i bilanci locali non reggono più” e come sia di fatto impossibile per le casse pubbliche farsi carico dei costi di costruzione di impianti sportivi destinati a realtà private.

Il secondo elemento di rottura rispetto al passato, nella riflessione del rappresentante di Fratelli d’Italia, riguarda la natura stessa del gioco del pallone, poiché “nel frattempo il calcio ha smesso di essere “sport popolare” ed è diventato a tutti gli effetti un business miliardario, spesso per pochi”. Oggi il calcio di massima serie, fa notare Mannino, è regolato da dinamiche puramente industriali, scandite da “diritti tv, fondi d’investimento, stipendi da capogiro, plusvalenze”. Non siamo più di fronte alla classica domenica del popolo, ma a “un’industria dell’intrattenimento con margini altissimi, ma privatizzati”. Il problema di questo sistema, denuncia l’esponente di FdI, è che “le perdite invece si tende sempre a socializzarle”, scaricandole sulle spalle della collettività.

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Soldi per gli stadi, dove trovarli? “Nelle casse degli stessi club”

Questa dinamica mette in luce tre motivi fondamentali per cui i Comuni non possono più permettersi una simile spesa, pilastri su cui si fonda la linea politica di Mannino. In primo luogo vi è una stringente questione di “priorità: un Comune deve scegliere tra rifare una scuola, mettere in sicurezza un ponte o finanziare uno stadio”. La risposta oggi per l’esponente della destra è “ovvia”, poiché “le risorse pubbliche sono dei cittadini, non degli azionisti”.

Il secondo punto tocca la “sostenibilità gestionale”, dato che “lo stadio senza un piano industriale serio e un gestore solido diventa una cattedrale nel deserto che poi ricade sul bilancio comunale con costi di manutenzione, sicurezza, adeguamenti”. Se dal mondo del calcio si solleva l’obiezione che il sistema economico non può gravare interamente sulle spalle dei club o dei singoli imprenditori locali, Mannino ribatte che l’opera “non può nemmeno gravare sui cittadini che magari quella squadra non la tiferanno mai”.

Infine, c’è un principio di “equità: se a Cagliari non ci fosse “un imprenditore italiano che ha deciso di guidare la società per passione” la città non avrebbe chance”. Questa riflessione dimostra, secondo il capogruppo di FdI, che “il modello non sta in piedi senza un privato motivato. Allora che sia il privato a investire e rischiare, con regole chiare e concessioni trasparenti”.

Il settore pubblico, d’altronde, ha già concesso moltissimo al mondo del calcio nel corso degli anni e, come ricorda Mannino, “ben venga l’intervento privato. Il pubblico ha già dato troppo: oneri di urbanizzazione scontati, terreni comunali a prezzi di favore, fideiussioni, proroghe decennali”. L’esempio più evidente è sotto gli occhi di tutti a Cagliari, dove “l’Unipol Domus doveva essere “una transizione rapidissima” ed è lì da quasi 10 anni. È la prova che la provvisorietà pubblica diventa perenne”. Per Fratelli d’Italia la linea di demarcazione è netta: “Se il nuovo stadio è un asset che genera ricavi da ticketing, naming rights, skybox, concerti, museo e centro commerciale, allora lo faccia chi quei ricavi se li mette in tasca”.

Il ruolo del Comune, conclude Pierluigi Mannino, deve essere esclusivamente quello di facilitare le procedure: “Il Comune può facilitare gli iter, sburocratizzare – e lì sì che serve lo Stato – ma non mettere un euro”. Il “modello Francia” del 2010 arrivava in un’altra epoca economica, mentre oggi “il modello è quello inglese o americano: club proprietari, stadi di proprietà, rischio d’impresa vero. Il calcio è business? Perfetto. Che si comporti da business anche sugli investimenti”. La strada da seguire è una sola: “Il pubblico accompagni, controlli, faccia rispettare vincoli urbanistici e ricadute occupazionali. Ma basta con i soldi dei cittadini per finanziare lo spettacolo di pochi”.