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Sardegna

Sardegna, l’isola che non nasce più: lo spopolamento avanza, bruciati 1,7 miliardi di capacità produttiva

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La Sardegna affronta una crisi demografica peggiore di quella della Corea del Sud. Persi 106mila potenziali lavoratori in vent’anni

La Sardegna non sta semplicemente invecchiando: sta perdendo la sua capacità di produrre futuro. Secondo l’ultimo report del Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato “Il costo dello spopolamento: demografia e capacità produttiva in Sardegna”, la crisi demografica è diventata una vera emergenza economica che pesa sulle casse e sulle prospettive della regione per oltre 1,7 miliardi l’anno.

Record negativo europeo: battuta anche la Corea del Sud

I numeri sono impietosi. Nel 2024, il numero medio di figli per donna in Sardegna è crollato a 0,91. Si tratta del valore più basso di tutto il continente europeo, superato (in negativo) solo dalle isole Canarie. Il tasso di natalità è fermo a 4,5 nati ogni mille residenti, a fronte di un tasso di mortalità dell’11,8 per mille che crea un saldo naturale drammaticamente in rosso.

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Il confronto internazionale proposto dal Centro Studi è scioccante: la Sardegna sta peggio della Corea del Sud, simbolo globale del declino demografico. Mentre il paese asiatico ha una popolazione ancora relativamente giovane (il 69,3% è in età lavorativa), l’isola parte da una base già fortemente invecchiata, con il 27,4% dei residenti che ha più di 65 anni.

Il conto economico: una perdita da 1,7 miliardi

Lo spopolamento non è solo una questione di culle vuote, ma di fabbriche e uffici che restano senza braccia e menti. Lo studio quantifica il “gap” accumulato: se la Sardegna avesse mantenuto oggi la stessa struttura demografica del 2005, avrebbe oltre 106 mila residenti in età lavorativa in più.

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Questa voragine demografica si traduce in una perdita potenziale di circa 44238 occupati. Tradotto in valore aggiunto, significa che l’isola rinuncia a 1,705 miliardi di capacità produttiva ogni anno. Anche con simulazioni più prudenti, basate solo sulla produttività del settore servizi, l’impatto non scende sotto il miliardo e mezzo di euro. A livello territoriale, le province di Cagliari e Sassari pagano il prezzo più alto in termini assoluti, concentrando oltre il 60% del gap economico regionale.

Piccoli comuni e desertificazione sociale

La geografia del declino mostra un’isola a due velocità, dove i piccoli centri rischiano la scomparsa. Nei comuni fino a 1000 abitanti, l’età media è di 51,7 anni, oltre tre anni superiore ai centri urbani. In queste aree, la crisi di natalità è identica a quella delle città, ma manca totalmente la capacità di attrarre nuovi residenti o lavoratori dall’esterno.

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“La demografia non è una variabile esterna rispetto allo sviluppo economico, ma ne è una determinante fondamentale”, afferma Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna. La riduzione della popolazione attiva aumenta i costi per i servizi essenziali – sanità, trasporti, istruzione – e riduce la domanda locale, innescando un circolo vizioso di desertificazione economica.

Una sfida politica e industriale

L’insularità, sottolinea il rapporto, aggrava il quadro rendendo più difficile compensare i vuoti demografici con flussi migratori tempestivi. Per Confindustria, le politiche per la natalità e l’attrazione di talenti non sono più semplici misure sociali, ma devono diventare il pilastro della politica industriale regionale. Trattenere i giovani e rendere vivibili i comuni interni è l’unico modo per evitare che il “costo dello spopolamento” diventi il fallimento definitivo del sistema Sardegna.

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