Cagliari, nella trincea del pronto soccorso: “Curiamo l’abbandono sociale e corriamo senza sosta per 12 ore”
I pronto soccorso di Cagliari sempre più nel caos
Il racconto choc di Cristina Isola, medico al Santissima Trinità di Cagliari: tra sovraffollamento, barelle bloccate per ore e il blackout dei computer.
Ore venti in punto. Il turno di notte inizia con un caffè ancora troppo caldo tra le mani e un numero sul monitor del triage che pesa come un macigno: trenta pazienti presenti. “Per chi non lavora in un pronto soccorso sembrano pochi — esordisce la dottoressa Cristina Isola, 48 anni, medico in forza all’ospedale Santissima Trinità di Cagliari — ma per noi significa già un equilibrio precario. Basta un nulla perché tutto collassi”. La dottoressa ha pubblicato un lungo post pubblico su Facebook, condiviso anche da chi lavora ai piani più alti.
La fotografia della notte è lo specchio di un sistema sanitario perennemente sull’orlo del baratro. Otto pazienti sono in boarding da ore: significa che dovrebbero essere ricoverati, ma non c’è un solo posto letto disponibile nei reparti. Medicina è piena, Geriatria è piena, l’Osservazione Breve pure. «In pratica — spiega la dottoressa Isola — il Pronto Soccorso è diventato un reparto a tutti gli effetti».
Tra isolamenti e focolai: la gestione del limite
In Osservazione Breve Intensiva la tensione è palpabile. Ci sono quattro pazienti, due dei quali richiedono un isolamento stretto e un dispendio enorme di energie. «Abbiamo un caso sospetto di tubercolosi con una tosse incessante, dove la mascherina chirurgica non basta a tranquillizzare nessuno. Subito dopo, un altro isolato per Clostridium difficile. C’è un odore acre di candeggina e disinfettante che impregna il corridoio. Ogni singolo ingresso in quelle stanze richiede vestizioni, svestizioni, attenzioni continue. Significa tempo, energie e personale che purtroppo non abbiamo».
Nonostante i ritmi logoranti, la dottoressa Isola difende la propria vocazione: «Ho 48 anni e faccio questo lavoro da tanto tempo. Nonostante tutto, mi piace ancora. Mi piace quando riesco a togliere il dolore a qualcuno, quando una terapia funziona o quando un paziente spaventato si calma semplicemente perché capisce che c’è qualcuno ad ascoltarlo davvero. Il problema reale è che ormai facciamo sempre meno medicina e sempre più gestione della sofferenza sociale».
L’impatto con la strada e la rabbia dei parenti
Mentre la borsa viene poggiata nello stanzino, l’infermiera del triage lancia l’ennesimo allarme: tre nuovi arrivi con il 118. Si tratta di un tossicodipendente agitato, un senzatetto con la febbre e una signora dispnoica da giorni.
«Annuisco senza nemmeno stupirmi — racconta il medico —. La verità è che il Pronto Soccorso ormai raccoglie tutto quello che il territorio non riesce più a contenere: solitudine, dipendenze, povertà, anziani abbandonati, disturbi psichiatrici, famiglie esauste. Noi siamo l’ultima porta rimasta aperta». Nel corridoio le scene si susseguono drammatiche: un ragazzo magrissimo con le pupille enormi e le braccia devastate dalle iniezioni impreca contro visioni invisibili, mentre accanto una donna di ottant’anni aspetta da ore su una barella, smarrita.
Poco dopo scatta l’inevitabile contestazione dei parenti. Un uomo blocca la dottoressa: «Mia madre aspetta da cinque ore! È vergognoso!».
«Lo guardo — confessa Isola — e per un attimo vorrei dirgli la verità. Vorrei dirgli che ha perfettamente ragione, che è vergognoso davvero. Ma non per colpa di chi sta correndo qui dentro senza fermarsi nemmeno per bere un sorso d’acqua. È vergognoso che una persona anziana debba arrivare in Pronto Soccorso per mancanza di assistenza sul territorio. È vergognoso che la sanità territoriale scarichi tutto qui dentro e poi faccia finta di niente».
Il blackout informatico: «Tornati indietro di vent’anni nei pronto soccorso di Cagliari»
Alle ventidue il carico di lavoro subisce un duro colpo: il sistema informatico della struttura si blocca improvvisamente. «Lo schermo si è congelato proprio mentre stavo prescrivendo una terapia antibiotica — ricorda la dottoressa —. È comparsa quella rotellina che gira lentamente, quasi a volerci umiliare. Un crash completo».
Per qualche secondo nel reparto cala un silenzio irreale, seguito dalle imprecazioni del personale. «Siamo dovuti tornare alla carta. Stampanti fuori uso, codici scritti a mano e richieste telefoniche ai laboratori, esattamente come vent’anni fa. Una specializzanda mi ha guardato sconvolta chiedendomi se succedesse spesso. Ho potuto solo sorridere amaramente e risponderle: Abbastanza da non sorprenderci più».
«Curiamo l’abbandono, non solo le malattie»
A mezzanotte fa il suo ingresso il senzatetto segnalato dal 118. Ha la barba sporca, le mani viola per il gelo e una polmonite evidente ancora prima di eseguire la radiografia. «Mentre lo visito — racconta Cristina Isola — sento addosso l’odore della strada, dell’umidità, di una vita consumata male. Gli ho chiesto se avesse mangiato e ha scosso la testa. Gli ho sistemato meglio la coperta termica e ho provato una sensazione che conosco fin troppo bene: la consapevolezza che in quel momento stavo curando molto più della febbre. Sto curando l’abbandono».
La notte prosegue senza sosta in un bollettino continuo: dolori toracici, crisi d’astinenza, tentativi di suicidio, insufficienze respiratorie e anziani confusi. Insieme ai pazienti aumenta anche la tensione sociale. «La gente è arrabbiata, sempre più arrabbiata. Chi arriva qui spesso lo fa dopo giorni di dolore, telefonate inutili, visite impossibili da prenotare e servizi territoriali assenti. Di conseguenza, noi medici e infermieri diventiamo il bersaglio finale di tutta quella frustrazione».
La critica ai vertici dei pronto soccorso di Cagliari: «Pazienti trattati come “flussi”»
Alle tre del mattino c’è spazio solo per una sosta di cinque minuti nella saletta medica. Fuori continuano a risuonare i monitor e i passi veloci del personale. «Guardando il distributore automatico, il pensiero va inevitabilmente alle riunioni della direzione sanitaria e a quegli slogan come “bisogna ottimizzare i flussi”. Flussi. Una parola elegante per descrivere esseri umani parcheggiati su delle barelle da venti ore. Nessuno di loro viene qui dentro alle quattro del mattino a vedere cosa significa lavorare in queste condizioni, a sentire l’odore acre del sovraffollamento o il rumore continuo che ti entra nelle ossa».
Alle cinque si registra l’accesso più emblematico della notte. È una donna di ottantasei anni, al suo terzo ingresso in ospedale nel giro di una settimana. Alla domanda del medico sul perché fosse tornata, l’anziana ha risposto a bassa voce: «Perché a casa ho paura».
«Sono rimasta in silenzio — commenta Isola —. Fuori dall’ambulatorio un paziente urlava contro un infermiere, una barella cigolava e i monitor suonavano senza sosta. Ma il centro della notte, in quel momento, è rimasto racchiuso in quella frase. È lì che capisci, ancora una volta, quanto il nostro lavoro sia diventato qualcosa di diverso dalla sola medicina d’urgenza. Siamo diventati il punto di rottura in cui convergono tutte le crepe della società».
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Il cambio turno: «Distrutta, ma so che tornerò»
Alle otto del mattino è tempo di consegnare il reparto al collega del turno successivo. Il bilancio finale è ancora più pesante: i trenta pazienti iniziali sono diventati trentacinque, i boarding sono rimasti bloccati e nessun posto letto si è liberato nei reparti.
«Esco dall’ospedale distrutta — conclude la dottoressa Isola —. Mi fanno male la schiena, gli occhi, perfino i pensieri. Eppure so già che tornerò. Perché nonostante tutto questo lavoro lo amo ancora. Amo l’idea ostinata di esserci per qualcuno nel momento peggiore della sua vita. Anche quando il sistema sembra aver smesso da tempo di esserci per noi».