Cagliari, sipario finale a Sant’Elia: “Nessuna prova scientifica dell’esistenza dei nuraghi”
Cagliari, “giallo” sui nuraghi a Sant’Elia: La Soprintendenza smentisce le scoperte. Ecco la verità istituzionale
Il colle di Sant’Elia a Cagliari torna al centro del dibattito archeologico, ma questa volta non per una nuova, sensazionale scoperta, bensì per una netta “doccia fredda” istituzionale legata a presunti nuraghi. Dopo settimane di indiscrezioni mediatiche e interviste riguardanti presunte strutture nuragiche individuate sul promontorio, il Ministero della Cultura (MiC) ha rotto il silenzio.
Con una nota ufficiale, la Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per la città metropolitana di Cagliari ha fornito chiarimenti che lasciano poco spazio alle interpretazioni: allo stato attuale, non esiste alcuna prova scientifica dell’esistenza di tali monumenti nell’area indicata.
Nessuna richiesta ufficiale e il ruolo dell’Università
Uno dei punti cardine sollevati dalla Soprintendenza riguarda la legittimità delle ricerche effettuate. Il documento chiarisce che agli atti dell’Ufficio non è mai pervenuta alcuna richiesta di concessione per scavi o ricerche da parte degli studiosi che, a partire dal marzo 2026, hanno rilasciato interviste e dichiarazioni alla stampa.
La gestione dell’area di Sant’Elia non è infatti “libera”: da diversi anni, la zona è affidata in regime di concessione ministeriale all’Università degli Studi di Cagliari (ai sensi degli artt. 88-89 del D. Lgs 42/2004). L’Ateneo ha già avviato studi territoriali sul promontorio e campagne di scavo specifiche, come quelle presso la cosiddetta torre della Lanterna, rendendo di fatto ogni altra attività di ricerca non autorizzata priva di valore istituzionale e scientifico.
Scienza contro annunci: l’importanza del metodo stratigrafico
La Soprintendenza sottolinea un principio fondamentale della tutela del patrimonio: la scoperta archeologica non può basarsi su suggestioni visive o interpretazioni superficiali. Secondo l’Articolo 9 della Costituzione, il Ministero è il promotore dello sviluppo della ricerca scientifica, ma questa deve seguire iter rigorosi.
“La comunicazione a mezzo stampa delle presunte scoperte non è stata preceduta da una attività di scavo e ricerca archeologica stratigrafica, l’unica metodologia che permette il riconoscimento e l’interpretazione di manufatti antichi.”
Senza uno scavo stratigrafico — che analizzi i depositi del terreno nel tempo — qualsiasi “ritrovamento” rimane nel campo delle ipotesi non verificate. Per questo motivo, la Soprintendenza ribadisce che, incrociando i dati delle ricerche sul campo con quelli bibliografici e d’archivio, “non risulta la presenza di strutture nuragiche nell’area in oggetto”.
Il “caso” Monte Urpinu e la differenza tra ricerca e prevenzione
Nella nota viene affrontato anche il parallelo sollevato con la scoperta di un presunto nuraghe presso Monte Urpinu. Il Ministero tiene a precisare che la natura di quell’intervento era profondamente diversa.
In quel caso, lo scavo rientrava nelle procedure di archeologia preventiva, ovvero indagini necessarie nell’ambito di lavori pubblici per verificare la fattibilità dell’opera e l’eventuale presenza di beni nel sottosuolo. Non si è trattato, dunque, di una ricerca fine a se stessa nata da segnalazioni fortuite, ma di un obbligo di legge legato alla pianificazione urbanistica del Comune di Cagliari.
Conclusioni: chi sono i responsabili della tutela
Il documento, firmato digitalmente dalla Soprintendente Elena Anna Boldetti e dalla responsabile del procedimento, l’archeologa Sabrina Cisci, mette un punto fermo sulle polemiche. La tutela del patrimonio di Cagliari richiede un coordinamento stretto con le autorità per evitare la diffusione di informazioni che, seppur suggestive per il pubblico, mancano del necessario rigore scientifico.