San Sperate, piazza cartelli contro Israele al ristorante: pioggia di recensioni negative e false
C’è un momento esatto in cui la cucina smette di essere solo un atto di accudimento culinario e si trasforma in una dichiarazione politica, in una presa di posizione che travalica i confini della sala per insediarsi nel dibattito pubblico. A San Sperate, operoso comune del Sud Sardegna noto per il suo fermento culturale e i suoi storici murales, questo confine è stato varcato con determinazione dal ristorante “Ada”. Da giorni, l’insegna di questo rinomato punto di riferimento della gastronomia locale è al centro di una tempesta digitale che nulla ha a che fare con la qualità dei suoi piatti o l’accoglienza del personale. Si tratta di una vera e propria rappresaglia virtuale, un attacco coordinato a colpi di recensioni a una stella su piattaforme web e motori di ricerca.
La colpa? L’esposizione, ormai storica e ben visibile all’ingresso del locale, di un cartello a sostegno del popolo palestinese con la scritta “Free Palestine”. Un messaggio chiaro, inequivocabile, che ha scatenato la reazione rabbiosa di una fetta di utenza che, nella stragrande maggioranza dei casi, non ha mai varcato la soglia del locale né ha mai assaggiato una sola delle sue portate.
Lo sfogo del titolare del ristorante di San Sperate e le radici della scelta
A rompere il silenzio, con un lungo e accorato sfogo affidato ai canali social, è il titolare dell’attività, Andrea Caboni Pinna. Le sue parole descrivono una dinamica che purtroppo molti imprenditori conoscono fin troppo bene, ma vi aggiungono un carico di dignità etica che sposta il focus della questione dal mero danno economico a una riflessione sociopolitica più profonda.
«Sapevamo sarebbe accaduto, non ci stupiamo. Siamo sotto attacco tramite recensioni di persone che non sono mai venute da noi», esordisce Pinna, mostrando come la consapevolezza del rischio fosse già presente al momento di esporre la propria bandiera ideale.
Per la gestione di “Ada”, d’altronde, il silenzio non è mai stato un’opzione praticabile. Alla base dell’esposizione di quel cartello, spiega il ristoratore, c’era e c’è una necessità morale ritenuta di gran lunga più importante del semplice riconoscimento professionale o della reputazione aziendale: la volontà di «contribuire a salvare quel senso di Umanità che tutti i giorni perdiamo un po’». Pinna rivendica il diritto, anche come operatore economico, di esprimere il proprio dissenso per le tragedie umanitarie in corso nella striscia di Gaza, evocando le posizioni espressi in sede internazionale: «Poter mostrare il dissenso per quello che ancora sta accadendo, per quello che anche l’Onu oggi riconosce come genocidio».
Il cortocircuito delle piattaforme online
Il caso solleva una questione tecnica e regolatoria che da anni affligge il mondo della ristorazione e dell’hotellerie mondiale. I principali motori di ricerca e portali di recensioni, infatti, permettono a chiunque, da qualsiasi parte del globo e con qualsiasi pseudonimo, di esprimere un giudizio definitivo su un’attività commerciale senza l’obbligo di dimostrare l’effettiva fruizione del servizio.
È questo il punto nodale della critica tecnica sollevata da Andrea Caboni Pinna: «Il motore di ricerca permette di poter lasciare delle recensioni senza – a fronte di una legittima richiesta – dover dimostrare di essere stati in quel locale». Si crea così un vuoto normativo digitale in cui la reputazione costruita in anni di sacrifici da famiglie e lavoratori può essere inficiata nel giro di poche ore dall’azione di bot o di comunità ideologizzate che agiscono per pura ritorsione geopolitica.
La distinzione politica e il rifiuto del sionismo
Per evitare strumentalizzazioni e perimetrare chiaramente il campo della propria protesta, il titolare di “Ada” ha voluto specificare la natura del proprio pensiero, respingendo fermamente qualsiasi accusa di intolleranza religiosa o razziale. «Non siamo mai stati contro il popolo ebraico e mai lo saremo», si legge nel comunicato.
Il bersaglio della critica è unicamente l’apparato statale e ideologico: «Siamo contro lo stato di Israele e il genocidio che sta compiendo contro il Popolo Palestinese; siamo contro lo stato di Israele che continua a insediare coloni nelle terre occupate e portarle via a un Popolo che ha tutto il diritto di rivendicare la propria terra; siamo contro il sionismo che ha armato e condiziona il potere politico dello stato di Israele».
Una posizione che, tengono a precisare dal locale, non è nata sull’onda dell’emotività degli ultimi mesi. Quei cartelli sono esposti fuori dal ristorante da anni, a testimonianza di una sensibilità radicata e coerente nel tempo.
«Fate da mangiare e basta»? La risposta del locale
In un’epoca in cui ai brand e alle attività commerciali viene spesso richiesto di rimanere neutrali per non alienarsi fette di mercato, la scelta di “Ada” si pone in netta controtendenza. Pinna è conscio che parte della clientela e dell’opinione pubblica possa dissentire dalle sue modalità comunicative. «C’è chi fra voi penserà che forse sarebbe meglio che ci limitassimo a fare da mangiare bene e basta», ammette con realismo. Tuttavia, la risposta a questa obiezione è netta e ridefinisce il ruolo dell’impresa nella società contemporanea: «Per noi invece, in questo momento storico, occorre prendere una posizione e, in qualche modo, manifestarla».
Il locale non ha mai attuato alcuna discriminazione all’ingresso: la democrazia del tavolo resta sacra. «Noi non abbiamo mai mandato via nessuno e mai lo faremo, ma chi entra vede e sa bene da che parte stiamo». Non si tratta di logiche di scuderia o di propaganda elettorale: nei locali di San Sperate non albergano simboli di partito o icone ideologiche classiche. L’invito, per chi decide di cenare da “Ada”, è quello di sposare una visione empatica della storia: «Da noi entri perché hai scelto l’Umanità e di non restare indifferente davanti a un’ingiustizia che dura da troppo tempo».
La chiamata a raccolta dei veri clienti di San Sperate
L’appello finale si trasforma in una richiesta di mutuo soccorso digitale rivolta alla comunità dei frequentatori reali, gli unici titolati a giudicare l’operato del ristorante. Di fronte al crollo artificiale del “punteggio di gradimento” causato dai troll, Pinna si appella a chi ha vissuto l’esperienza reale del locale: «Chiediamo a chi di voi è stato ospite nel nostro ristorante, e che per un motivo o per l’altro non ha avuto il tempo o la volontà di farlo, se oggi ha il piacere di lasciare una recensione per sostenerci».