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Sardegna

Sanità, l’allarme dei medici sardi: “Non svuotate gli ospedali per salvare le Case di comunità”

Giugno 17, 2026 · Paolo Rapeanu

Sanità, i medici sardi chiedono regole chiare sulle Case di comunità

Una svolta attesa da anni sul fronte della sanità e della libertà professionale dei medici, che rischia però di trasformarsi nell’ennesimo boomerang per la tenuta degli ospedali sardi, già strutturalmente in affanno.

Questa la duplice lettura, tra apertura e forte preoccupazione, che CIMO Sardegna esprime in merito alle recenti dichiarazioni del Ministro della Salute e della Sanità, Orazio Schillaci, relative alla revisione dei vincoli di incompatibilità per i medici dipendenti del servizio sanitario nazionale.

Il dibattito, acceso a livello nazionale, assume contorni ancora più nitidi e urgenti in Sardegna, una regione in cui la gestione della sanità, della medicina territoriale e la tenuta dei presidi ospedalieri rappresentano da tempo due delle sfide più complesse dell’intera agenda politica e sociale. Se da un lato la rimozione dei vecchi blocchi burocratici viene vista come una conquista storica, dall’altro il sindacato della dirigenza medica lancia un severo monito: la flessibilità non può diventare il paravento dietro cui nascondere i ritardi della programmazione regionale e nazionale.

La posizione di CIMO Sardegna: una battaglia storica per sanità e la libertà professionale

L’annuncio del Ministro Schillaci sul superamento del regime di esclusività e delle incompatibilità storiche ha incassato l’immediato plauso della sigla sindacale. Per CIMO, infatti, il vincolo che impedisce ai medici ospedalieri di svolgere altre attività professionali al di fuori dell’orario di lavoro ordinario è un retaggio del passato che non ha più alcuna ragione d’essere nell’attuale contesto macroeconomico e sanitario.

A spiegare nel dettaglio la linea del sindacato è Emanuele Cabras, vicesegretario regionale di CIMO Sardegna e segretario aziendale CIMO-FESMED presso l’ARNAS Brotzu di Cagliari.

“La liberalizzazione della professione medica è una battaglia che CIMO porta avanti da anni. Riteniamo che i medici ospedalieri debbano poter svolgere attività professionale aggiuntiva, su base volontaria e al di fuori dell’orario di servizio, nel rispetto dei riposi e degli obblighi contrattuali. Le attuali incompatibilità rappresentano un vincolo ormai superato, che contribuisce a rendere meno attrattivo il lavoro nel servizio sanitario pubblico e limita inutilmente la libertà professionale dei medici”.

La perdita di attrattività del pubblico impiego sanitario è, del resto, uno dei nodi cruciali degli ultimi anni.

Sempre più professionisti decidono di abbandonare le corsie degli ospedali pubblici per rifugiarsi nel settore privato o nei circuiti dei cosiddetti “gettonisti”, attirati da compensi più alti e ritmi di vita decisamente meno usuranti.

Secondo il sindacato, consentire ai camici bianchi del servizio sanitario nazionale di incrementare le proprie opportunità lavorative ed economiche su base strettamente volontaria potrebbe rappresentare una boccata d’ossigeno, utile a frenare la fuga di competenze dal sistema pubblico.

Lo spettro delle Case di comunità: il rischio di “svuotare” gli ospedali

Tuttavia, l’entusiasmo per la riforma lascia subito spazio a un’analisi pragmatica e preoccupata della realtà dei fatti. Il timore di CIMO Sardegna è che questa operazione di liberalizzazione non nasca da una reale volontà di valorizzare la figura del medico, quanto piuttosto dalla necessità impellente di trovare una soluzione d’emergenza per far funzionare le nuove strutture previste dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): le Case di comunità.

La scadenza per la messa a regime di queste strutture territoriali è ormai imminente, ma la carenza cronica di medici di medicina generale e di specialisti del territorio rischia di trasformarle in scatole vuote. La tentazione di attingere al bacino dei medici ospedalieri per coprire i turni nelle Case di Comunità, secondo CIMO, è dietro l’angolo.

“La liberalizzazione non può trasformarsi in un modo per trasferire sui medici ospedalieri la responsabilità dei ritardi accumulati nello sviluppo dell’assistenza territoriale”, ammonisce Cabras. Gli ospedali sardi, infatti, versano già in condizioni critiche. Strutture centrali e periferiche dell’isola fanno quotidianamente i conti con reparti sotto organico, turni massacranti e la costante difficoltà nel garantire i Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) e le normali attività assistenziali sia diurne che notturne. Scaricare le lacune della rete territoriale sulle spalle di chi già opera in trincea nei reparti ospedalieri rischierebbe di portare il sistema al collasso definitivo.

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Il tavolo sindacale e la richiesta di regole condivise

Per evitare che la riforma si traduca in un provvedimento “calato dall’alto” e privo di una reale aderenza con le necessità dei territori, CIMO Sardegna chiede un coinvolgimento diretto, immediato e vincolante delle organizzazioni sindacali della dirigenza medica nella definizione delle nuove regole.