La Sardegna perde il futuro: i giovani non aprono più partite Iva e imprese
C’è un’isola che invecchia, e questo purtroppo non è una novità. Ma c’è un’isola, ancora più fragile, che sta smettendo di rischiare, di inventare, di fare impresa. La Sardegna non sta soltanto assistendo all’emorragia dei suoi giovani, costretti a cercare fortuna altrove; sta perdendo l’iniziativa produttiva da parte dei pochi che decidono di restare. Il quadro, allarmante e privo di retorica, emerge dall’ultimo e dettagliato report del Centro Studi di Confindustria Sardegna, intitolato significativamente: “Il ricambio che non arriva: imprenditorialità giovanile e capacità produttiva in Sardegna”.
Lo studio fotografa una desertificazione economica ed evidenzia come la contrazione delle imprese guidate da under 35 stia erodendo le fondamenta stesse del sistema economico e sociale regionale. Tra il 2014 e il 2024, il numero delle imprese giovanili registrate nell’isola è letteralmente precipitato, passando da 17.491 a 12.845 unità. Il bilancio è un bollettino di guerra commerciale: 4.646 attività cancellate dal tessuto produttivo, pari a una contrazione netta del 27%.
Oltre lo schermo della demografia: un deficit strutturale
L’aspetto più inedito e per certi versi inquietante del report risiede nel fatto che il crollo dell’imprenditorialità under 35 non può essere liquidato come una semplice conseguenza della denatalità o dell’esodo giovanile. La crisi demografica c’è, è patologica, ma da sola non basta a spiegare le dimensioni del fenomeno.
I numeri analizzati dal Centro Studi tra il 2019 e il 2024 parlano chiaro:
- La popolazione sarda nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 34 anni è diminuita del 7,9%.
- Nello stesso identico arco temporale, le imprese giovanili attive sono scese del 17%, passando da 13.825 a 11.511.
Anche depurando il dato dall’effetto demografico, emerge un deficit di ricambio imprenditoriale strutturale. Significa, in parole povere, che a parità di giovani residenti, la voglia o la capacità di aprire una partita IVA e scommettere su se stessi è crollata verticalmente. «Il punto più preoccupante è che la Sardegna non perde imprese giovani solo perché ci sono meno giovani», spiega con fermezza Andrea Porcu, direttore del Centro Studi di Confindustria Sardegna. «Il sistema regionale si sta dimostrando sempre meno capace di trasformare la base demografica giovane in nuova iniziativa produttiva. Questo significa meno ricambio, meno energia imprenditoriale e un rischio altissimo di indebolimento del tessuto economico nei prossimi anni».
La mappa della crisi: il commercio è il settore più colpito
La contrazione non colpisce tutti i settori con la stessa intensità, ridisegnando la geografia economica dell’isola. Nel 2024, il settore primario (agricoltura e allevamento) resta il principale baluardo della presenza under 35, con 3.188 attività, pari al 27,7% del totale delle imprese giovanili. Un dato che racconta la resilienza della terra, ma anche la mancanza di alternative macroeconomiche.
Subito dopo si posizionano il commercio (2.554 imprese) e i servizi (2.506). È proprio il commercio, tuttavia, a registrare il crollo più drammatico rispetto al 2018: ben 1.317 imprese giovanili in meno, pari a una contrazione del 34%. La desertificazione dei negozi di vicinato e dei piccoli esercizi gestiti da giovani è ormai un dato di fatto nei centri storici come nei piccoli comuni dell’interno. In forte calo risultano anche l’industria in senso stretto, il turismo e le costruzioni. L’unica nota in controtendenza arriva dal comparto dei servizi, che fa registrare una crescita dell’8%.
Il conto economico del mancato ricambio
Il Centro Studi non si è limitato a contare le saracinesche abbassate, ma ha voluto calcolare il peso economico di questa rinuncia collettiva. Se il numero di imprese under 35 fosse diminuito soltanto in proporzione al calo della popolazione giovanile, oggi in Sardegna ci sarebbero 1704 imprese attive in più.
Questo “deficit” di 1.704 aziende si traduce, secondo le stime di Confindustria, in una perdita di 142 milioni di euro. Gli economisti dell’associazione degli industriali sardi precisano che questo valore non va interpretato come PIL perso in senso stretto
Una parte di quella capacità può essere stata assorbita da imprese guidate da over 35 o trasformata in lavoro dipendente.
Tuttavia, applicando un criterio di estrema prudenza, basterebbe che appena il 25% di questa capacità produttiva fosse andato definitivamente disperso.
“La nuova imprenditorialità non può restare confinata nell’alveo di un autoimpiego fragile e di sussistenza”, conclude il direttore Andrea Porcu. “Servono condizioni di sistema che aiutino i giovani ad aprire una partita IVA o una ditta individuale e farla diventare solida e strutturata”.
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Dalle startup “fragili” alle vere imprese: la ricetta per il futuro
L’analisi di Confindustria svela un paradosso tipico degli ultimi anni: la narrazione fiorita attorno al fenomeno delle startup non basta più. Negli ultimi tempi è crollata la propensione dei giovani ad avviare un’attività d’impresa strutturata.
Per questo motivo, la ricetta proposta dall’associazione degli industriali chiede una radicale inversione di rotta nelle politiche regionali e nazionali. La risposta non può più limitarsi ai soli incentivi monetari a pioggia per l’apertura di nuove attività.