Mafiosi 41bis a Uta, il Governo va avanti nel silenzio: “I sardi si difenderanno in ogni modo”
A Uta infornata di mafiosi del 41bis nel carcere più grande e problematico della Sardegna
Una decisione imposta, senza ascolto Il trasferimento di 92 detenuti sottoposti al regime detentivo 41 bis nel carcere di Uta continua a procedere senza alcun confronto con il territorio.
Una scelta che l’amministrazione comunale e l’intera comunità di Uta definiscono “inaccettabile per metodo e contenuti, maturata nel totale silenzio del Governo nonostante le ripetute richieste di apertura di un tavolo di confronto preventivo”. Un silenzio che pesa come una presa di distanza dalle istituzioni locali e dai cittadini, chiamati ancora una volta a subire decisioni calate dall’alto.
Le criticità ignorate: sicurezza e criminalità organizzata
Già nel luglio scorso il Consiglio comunale di Uta aveva lanciato l’allarme con una mozione che evidenziava criticità evidenti e tutt’altro che teoriche.
In primo piano il rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata nel territorio, a fronte di un sistema di sicurezza locale ritenuto del tutto insufficiente.
Secondo l’amministrazione, le forze dell’ordine non dispongono oggi delle risorse necessarie per garantire un adeguato presidio del territorio, aggravato ulteriormente dall’arrivo di detenuti ad altissima pericolosità.
Carcere sotto pressione e sanità al collasso
A destare forte preoccupazione è anche il peggioramento delle condizioni di lavoro e di detenzione all’interno di un istituto estremamente delicato. Il trasferimento rischia di aggravare una situazione strutturalmente fragile, con pesanti ricadute su un sistema sanitario regionale già messo a dura prova.
Il Comune di Uta, 30 dipendenti e in difficoltà nel garantire servizi adeguati ai quasi novemila cittadini, si troverebbe inoltre a gestire ulteriori adempimenti.
L’appello unanime dell’1 dicembre
Durante l’incontro istituzionale del primo dicembre, svoltosi proprio a Uta, tutte le istituzioni presenti hanno chiesto con forza di fermare ogni decisione.
Alla riunione hanno partecipato la Presidente della Regione, Consiglieri regionali, Deputati e Senatori sardi, Sindaci, la Presidente del Tribunale di sorveglianza, il Presidente dell’Ordine degli Avvocati, la Garante regionale dei detenuti, rappresentanti della società civile e numerosi cittadini.
Da quell’incontro è emersa una richiesta chiara e trasversale: rispetto per la Sardegna e per i suoi territori.
Rischio idrogeologico sottovalutato A rendere ancora più esplosiva la situazione è l’attualità legata al ciclone “Harry”, che ha riportato alla luce la vulnerabilità idrogeologica dell’area.
Il carcere di Uta sorge in una delle zone più esposte del territorio, a pochi chilometri da Capoterra. Il ricordo del 2018 è ancora vivo: allora l’alluvione mise in ginocchio i collegamenti e sollevò gravi criticità nella gestione dell’istituto penitenziario durante l’emergenza.
Strade isolate e scenari ad alto rischio
SP1, SP2, SS 195 e Strada Consortile: basta poco perché vengano interrotte, isolando il carcere e rendendo estremamente complesso garantire sicurezza e assistenza alle oltre mille persone presenti.
L’amministrazione pone una domanda che resta senza risposta: cosa accadrebbe oggi se si rendesse necessaria l’evacuazione, anche parziale, di detenuti sottoposti al regime del 41 bis in un contesto emergenziale?
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L’Isola lasciata sola coi mafiosi 41bis verso Uta
Secondo il Comune di Uta, si sta chiedendo alla Sardegna di farsi carico di un peso enorme, dalla portata incalcolabile, senza alcun sostegno strutturato e senza garanzie concrete. Una scelta che alimenta la sensazione di essere considerati un territorio di sacrificio. Per questo il sindaco Porcu sostiene la posizione della presidente della Regione Alessandra Todde, che ha dato voce a una preoccupazione diffusa e condivisa.
Il sindaco Porcu: “Pronti allo scontro istituzionale”
Secondo il primo cittadino, “questa non è una battaglia locale ma una questione che riguarda tutta la Sardegna e l’intera classe politica regionale”.
“Siamo chiamati a pretendere ascolto e rispetto prima che decisioni irreversibili vengano imposte dall’alto”.