Murale realizzato su un fortino storico a Quartu, cancellata l'”opera” di Manu Invisible
Quartu, lo scandalo del murale sul fortino storico
Ci sono voluti mesi di pianificazione silenziosa, il tocco di una bomboletta celebre e una notte di lavoro per accendere il dibattito.
Poi sono bastati un secchio di vernice bianca, un rullo e mezza giornata di pulizie per spegnerlo.
A Quart, la parabola dell’ultima opera dello street artist Manu Invisible si è consumata alla velocità di un post sui social network: nata nell’ironia, cresciuta nell’indignazione e morta, infine, nel ritorno all’anonimato del cemento armato.
Al centro della contesa, un fortino militare della Seconda Guerra Mondiale situato sul litorale, uno di quei “simulacri” di storia bellica che costellano la costa meridionale della Sardegna.
Su quella superficie ruvida e segnata dal tempo, l’artista mascherato aveva impresso la sua ultima provocazione, giocando sul filo del rasoio tra satira commerciale e dissacrazione storica. Un gioco di parole visivo: il celebre marchio della pasta “Divella” trasformato, con lo stesso font e gli stessi colori d’ordinanza, in un ben più nostrano e gergale “Pivella”.
L’obiettivo dell’artista era chiaro: ironizzare sulle dinamiche di genere, sui linguaggi giovanili o forse, più semplicemente, decostruire l’immaginario dei grandi brand industriali calandoli nel contesto locale. Ma l’ironia, si sa, è una lingua che non tutti parlano allo stesso modo. E se nelle intenzioni dell’autore il pezzo avrebbe dovuto strappare una risata o stimolare una riflessione sulla pop-art di periferia, l’effetto ottenuto sull’opinione pubblica e sulle autorità è stato diametralmente opposto. Quella scritta non ha fatto ridere quasi nessuno. Ha fatto arrabbiare, invece, moltissimi.
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La memoria storica contro la bomboletta
Il vero punto di rottura non è stato il contenuto della scritta, né il richiamo al noto pastificio pugliese. A far saltare sulla sedia storici, associazioni culturali e residenti è stato il supporto scelto. I fortini della Seconda Guerra Mondiale, formalmente noti come “bunker” o “postazioni difensive”, non sono semplici muri abbandonati. Sono, a tutti gli effetti, reperti di archeologia militare.